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Dirimpetto a costui, sesto ed ultimo, era installato un personaggio che serbava un aspetto singolarmente rigido, il quale, essendo afflitto da paralisi, doveva sentirsi alquanto a disagio, per parlar chiaro, nel suo incomodo abbigliamento, che consisteva, unico al mondo, di una bella bara nuova di mogano, la cui parete superiore formava, d'in sul cranio dell'individuo, una sorta d'elmo a cappuccio che conferiva a tutta la faccia un'aria di indiscutibile interesse. Ai lati della bara erano stati praticati due buchi, non tanto per eleganza, quanto perché vi potessero passare le braccia, e nulladimeno quell'abito impediva al suo proprietario di mantener, da seduto, una posizione eretta come tutti i suoi compagni. E poiché era poggiato su di un cavalletto con una inclinazione di quarantacinque gradi, i suoi grossi occhi sporgenti eran volti al soffitto, vagolanti nella spaventosa bianchezza della cornea, sbalorditi della loro stessa enormità. Un mezzo cranio era graziosamente posato dinanzi a ciascun convitato e questi se ne serviva come d'una coppa. Su, in alto, era appeso uno scheletro umano, il quale era tenuto, per una gamba, da una corda fissata a un anello del soffitto e, come l'altra gamba era invece libera e ricadeva ad angolo retto, quella carcassa disarticolata e risonante si scoteva tutta e sembrava danzare e piroettare per ogni folata di vento che veniva a soffiare dentro il locale. |
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