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Nel mentre, dunque, Preston mi porse il mantello che aveva raccolto sulla soglia della stanza, mi sentii gelare per la meraviglia - per non dire dalla paura - nell'accorgermi ch'io avevo già il mio, sul braccio, e che l'altro che m'era porto era, di quello, solo una contraffazione, esattissima nei minimi particolari. Il singolare individuo dal quale ero stato, per mala ventura, smascherato, aveva, secondo ricordavo perfettamente, anch'egli un mantello e, tra gli astanti, io solo ero venuto a giocare con un simile indumento. Come dovevo comportarmi? Cercai di serbare, al massimo, un contegno disinvolto, tolsi in braccio anche il mantello che mi porgeva l'ospite, lo sovrapposi al mio senza farne avveduto alcuno, ed uscii da quel luogo, fulminando in giro un'occhiata di sfida. Era appena l'alba ed io ero già in fuga da Oxford, diretto al continente, in preda a un'agonia d'orrore e di vergogna. Era invano, però, ch'io fuggivo. Il mio destino di sventura ebbe a perseguitarmi, vittorioso, dando a vedere che in quella tragica notte aveva soltanto cominciato a esercitare su di me il suo misterioso dominio. Non ero ancor giunto a Parigi che già Wilson mi forniva nuove prove del malefico interesse ch'egli aveva preso alla mia sorte. E il tempo passò tuttavia, ed il mio nemico non mi die' tregua. Miserabile! Con quale inopportuna premura e con qual garbo nulladimeno sinistro non ebbe a intromettersi, tra me e il mio orgoglio, a Roma! E a Vienna! A Berlino! A Mosca! In qual luogo mai non colsi un qualche amaro motivo per maledirlo dal profondo di tutto l'essere mio? Io fuggivo, preda del terrore, innanzi alla sua imperscrutabile tirannide come se, a inseguirmi, fosse un'epidemia pestilenziale. In capo al mondo fuggii ma fu sempre invano. E ancora, chiedevo al segreto dell'animo mio: Chi è? Donde viene? Che vuole? E non avevo risposta.

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