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Menavo una vita di tal sorta, da due anni ormai, allorché giunse all'Università un giovane parvenu, un Glendinning, straricco, si mormorava, come Erode Attico, e come questi pervenuto alla ricchezza senza fatica alcuna. Non misi molto ad accorgermi che la sua intelligenza era torpida e ottusa e, tamburo battente, lo destinai ad essere vittima del mio industre talento. Presi, così, a invitarlo al giuoco e, com'è costume d'un giuocatore che sappia il mestiere, a lasciare ch'egli vincesse delle considerevoli somme per meglio irretirlo. Maturato che ebbi, di poi, il mio piano, mi disposi a coglierne il frutto nell'alloggio d'un nostro comune amico, il signor Preston, il quale - per la verità - non nutriva il minimo sospetto su quelli che erano, realmente, i miei intendimenti. Perché la mia vincita riuscisse più clamorosa, avevo provveduto a far convitare meco altre otto o dieci persone, e che la comparsa delle carte avvenisse in maniera tutt'affatto incidentale, e solo dopo che la vittima stessa l'avesse sollecitata. Non trascurai, insomma, per dirla in breve, alcuna delle astute abbiezioni che si praticano in consimili circostanze e che sono ormai talmente di prammatica da far considerare, per lo meno, molto strano che si trovi sempre della gente pronta ad abboccare. |
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