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potei menare non appena arrivato, la frivola esistenza che tanto amavo, e rivaleggiare nelle spese, e soprattutto negli sprechi, coi più ricchi eredi delle più cospicue contee d'Inghilterra. Incoraggiato, così, il vizio, mi dedicai affatto e con sfrenato e rinnovato ardore, alle mie naturali inclinazioni e, pazzamente infatuato, infransi, nelle mie orge, i più elementari obblighi della decenza. Indugiare sui particolari della mia stravagante licenza sarebbe assurdo. Basti sapere che superai lo stesso Erode per la dissolutezza, e che, prestando il mio nome a innumeri nuove scellerataggini, m'avvenne d'arricchire non poco il catalogo dei vizi che erano allora di moda nella più dissoluta delle università europee. Si stenterà a credere che mi fossi abbassato al segno da tentare di familiarizzarmi coi più infami artifici della professione del giocatore, da farmi seguace di quella equivoca scienza e dal praticarla infine, abitudinariamente, come un mezzo per accrescere le mie rendite - già di per se stesse enormi - alle spese dei miei colleghi meno astuti. E fu così invece. L'enormità medesima d'un siffatto attentato ai danni dei miei stessi sentimenti di onore e dignità costituì, senza dubbio, la prima se non la sola ragione della mia impunità. Quale dei miei perversi camerati non avrebbe rifiutato di prestar fede anche alla più lampante testimonianza, piuttosto che sospettare di scorrettezza il gioviale, il leale, il generoso William Wilson, il più nobile e prodigo studente di Oxford, del quale le pazzie, secondo la voce messa in giro dai suoi stessi parassiti, non provenivano da altro se non da una giovinezza e da un'immaginazione sfrenate? Del quale gli errori altro non erano se non inimitabili capricci e i più sordidi vizi non potevano che implicare una sregolata, accesa, appassionante bizzarria?


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