Sottrassi
alla curiosità del mondo un essere che il destino mi
costringeva ad adorare, e nella inflessibile reclusione della mia casa
sorvegliavo con disperata angoscia tutto ciò che si riferiva
alla mia diletta. E più gli anni passavano, e io studiavo,
giorno per giorno, il suo volto austero, dolce, eloquente, e meditavo
sul rapido maturare delle sue forme, giorno per giorno scoprivo nuovi
punti di rassomiglianza tra la creatura e la madre, tra la malinconica
e la morta.
E d'ora in ora quelle ombre di somiglianza
s'incupivano e si facevano più piene, più
definite, più conturbanti, più spaventosamente
terribili nel loro aspetto. Che il suo sorriso fosse identico a quello
della madre ancora potevo sopportarlo; ma subito rabbrividivo a quella
troppa perfetta IDENTITÀ. Che i suoi occhi fossero come gli occhi di
Morella potevo sopportarlo; ma ecco che troppo spesso essi
scandagliavano le profondità del mio spirito con lo stesso
intenso sconvolgente significato degli occhi di Morella. E nel contorno
dell'alta fronte, nei riccioli dei serici capelli, nelle fragili dita
che si affondavano in essi, nei tristi accenti musicali della sua voce,
e soprattutto, oh, soprattutto nelle frasi e nelle espressioni della
morta sulle labbra dell'amata e della viva, io trovavo alimento a un
pensiero e a un orrore divoranti, a un verme che NON VOLEVA morire.