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Trascorsero così due lustri della sua esistenza, ma sino ad allora la mia figliuola era rimasta senza nome sulla terra. "Bambina mia" e "amor mio" erano gli appellativi suggeritimi di solito dall'affezione paterna, mentre il rigido isolamento delle sue giornate precludeva ogni altro rapporto. Il nome di Morella era morto con lei nel punto della sua morte. Della madre io non avevo mai parlato alla figlia; era impossibile che ne parlassi. In realtà durante il breve periodo della sua esistenza la giovane creatura non aveva ricevuto dal mondo esteriore sensazione alcuna se non quelle consentitele dai ristretti limiti dela sua solitudine.Ma alla fine la cerimonia del battesimo si offrì alla mia mente turbata e agitata come una pronta liberazione dai timori angoscianti del mio destino. Però dinanzi al fonte battesimale esitai prima di proferire il nome. E molti appellativi saggi e belli, di tempi antichi e moderni, della mia terra e di terre straniere, si affollarono alle mie labbra insieme a molti dolci nomi gentili, felici, buoni. Che cosa mi spinse dunque a evocare la memoria della donna sepolta? Quale demone mi incalzò a proferire quelle sillabe che, allorchè soltanto le ricordavo, solevano far rifluire in torrenti purpurei il mio sangue dalle tempie al cuore? Quale maligno spirito parlò dai recessi della mia anima quando tra le aeree navate, nel silenzio della notte, io bisbigliai all'orecchio dell'uomo di Dio le sillabe: "Morella"? Quale essere peggiore di ogni infernale abitante nell'abisso contorse i tratti della mia creatura, li soffuse dei toni della morte, mentre, trasalendo a quel suono di lettere appena percettibili, ella volse i vitrei occhi dalla terra al cielo e cadendo prostrata sulle lastre della nostra cripta avita rispose "Eccomi"? | |
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