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E' inutile che io ricordi qui la natura esatta di quelle disserzioni che, provocate dai volumi di cui ho detto, formarono per tanto tempo quasi l'unico argomento di conversazione tra Morella e me. Da coloro che son dotti in ciò che potrebbe essere definita morale teologica esse saranno prontamente comprese, mentre i profani non riuscirebbero a intenderle o quasi.
L'avventato panteismo di Fichte; la palingenesi modificata dei Pitagorici, e soprattutto le dottrine intorno all'IDENTITÀ proposte da Schelling, erano solitamente i punti di discussione che presentavano la maggiore bellezza al temperamento immaginativo di Morella. Questa identità che viene detta personale, è definita giustamente dal Locke, io credo, come consistente nella sanità di mente di un essere razionale. E poichè per persona noi intendiamo un'essenza intelligente dotata di ragione, e dal momento che vi è una consapevolezza che sempre accompagna il pensiero, è questa consapevolezza che ci fa essere tutti quel che noi chiamiamo NOI STESSI, distinguendoci con ciò dagli altri esseri pensanti, e donandoci la nostra identità personale. Ma il PRINCIPIUM INDIVIDUATIONIS, il concetto di quell'identità CHE IN MORTE È O NON È PERDUTA PER SEMPRE, è sempre stato per me una considerazione del più alto interesse, non tanto per la sconcertante ed eccitante natura delle sue conseguenze, quanto per il modo strano ed esagitato con cui Morella ne faceva parola.

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