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L'aula destinata allo studio era la più vasta di tutto l'edificio e di tutto il mondo: tale, almeno, mi sembrava. Più lunga che larga e sinistramente bassa, riceveva luce da finestre ogivali e possedeva un soffitto di quercia. In un suo remoto cantuccio - oggetto di terrore, per noi - era riservato un recinto quadro, largo da otto a dieci piedi, il quale rappresentava il sanctum del direttore, reverendo dottor Bransby, nelle ore in cui eravamo riuniti a studiare. Era una solida costruzione, dalla porta massiccia, ma noi, pur quando il maestro di scuola era assente, avremmo preferito morire della peine forte et dure anziché arrischiarci ad aprirla. In altri due angoli della sala sorgevano altre due tribune eguali che, seppure incutevano una venerazione men profonda, era pur tuttavia enorme il terrore che ne emanava: la cattedra, l'una, del professore di discipline classiche, del professore di quelle matematiche e d'inglese, l'altra. Sparsi dappertutto per la sala erano innumeri banchi e leggii gravi per il peso di antichissimi libri sudici di ditate; essi erano disposti con tale disordine ed erano così logorati dal tempo e tatuati d'iniziali, di nomi, d'immagini grottesche e d'altre consimili mirifiche invenzioni del temperino, che avevano del tutto smessa la forma d'origine conferita ad essi, un tempo, dall'immemorabile passato. Una enorme secchia colma d'acqua era, inoltre, a un capo dell'aula e all'altro s'ergeva un orologio d'incredibili proporzioni. Fra le massicce pareti di questo venerando istituto, io passai, senza che potessi, nondimeno, provare alcuna noia e alcun disagio, gli anni che occuparono il terzo lustro della mia vita. |
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